

IN BICICLETTA
Le donne mi stringono.
Quando arrivo in curva mi giro sempre a vedere. Se è una donna mi
allargo. La riconosco dal dondolio e dal fatto che suona il clacson
per avvertirmi: Ora stringo e ti ammazzo, ciclista con la
magliettina colorata.
Ripensavo a questo
oggi, quando lei ha scartato e mi ha detto: State sempre tra i
coglioni.
Le bambole in
fila
Tutte le bambine hanno messo in fila le
bambole e giocato alla maestra. Paula ci ha messo anche un vero registro di
classe. Suzy, Patty, Laureen, Liza …Liza? Liza assente. Paula non era davvero
una bambina che si contentasse di una bambola e un pezzo di spago per starsene
buona a giocare. Aveva messo su anche una biblioteca senza libri, con tanto di
schede per l’archivio dei testi e degli autori, e naturalmente le lettere di
sollecito alle lettrici che tardavano a restituire i libri presi a prestito.
Perché Paula non è mai stata una a cui facesse piacere perdere le cose, fin da
piccola. Ma i suoi giochi non finivano davvero qui. Nel silenzio della grande
casa, Paula si alzava di notte e se ne scendeva giù in cucina col suo
registratore di cassa, fornito di tanto di campanello quando veniva fuori il
cassetto dei soldi. Una volta scesa nella cucina, nel complice riposo di tutta
la famiglia prendeva le scatolette di cibo e detersivo dagli scaffali per
riporli in sacchetti di carta, proprio come fanno le brave ragazze alle casse
del supermercato. Naturalmente ogni sacchetto aveva il suo bravo scontrino. La
mattina sua madre trovava tutti i sacchetti belli e confezionati. Tutto proprio
come nei supermercati, a parte l’incasso in dollari, cosa quest’ultima che deve
aver addolorato non poco la piccola Paula, che già allora veniva chiamata la
nostra spilorcina, ma su questo particolare non ha detto nulla. Paula dice di
aver fatto questo gioco per molte notti, di tanto in tanto, senza mai essere
stata rimproverata da sua madre, anche se a distanza di tempo le viene il
sospetto che qualche notte sua madre si alzasse e si mettesse a spiarla
sorridendo da dietro una porta. Ma il grande gioco di Paula era fare il ragazzo
dell’ascensore. In una stanza al piano terra della casa c’era un angolo
rientrante, come il vano di un ascensore appunto. Sul un lato di questo vano nel
muro, Paula aveva disegnato i pulsanti dell’ascensore. Un telaio di liste
pieghevoli in legno, come quelli che si usano nei terrazzi e nei giardini,
faceva da cancelletto scorrevole. Per ore e ore Paula andava su e giù, “A che
piano, signora?” Le ho chiesto se si fosse procurata in qualche modo una
uniforme. Mi ha detto che forse si, ma non ricordava per certo. Le ho promesso
di comprargliene una: gonna rossa, camicetta blu, cappello nero a visiera con
aquila d’argento.
Notizie da
Brushings
-Dobbiamo fare un
giornale, Pimps.
-Come vostra grazie
desidera.
Archibald Oliver
Averybottom, signore di Brushings, stava strapazzando il foglio del Liberal
Times, tra un sorso di tè senza limone e una imprecazione che lady Averybottom,
signora di Brushings e sua fedele sposa, non avrebbe gradito ascoltare.
Pimps rimase
imperturbabile alle imprecazioni che provenivano dalla tazza di tè, ma guardò
con sofferenza alcuni granelli di polvere lasciati su un soprammobile dalla
ragazza del mattino. Niente poteva essere più come prima, ora che i liberali
avevano conquistato la maggioranza in parlamento.
Vostra grazia si rende
conto, ehm, delle difficoltà che una tale ardita impresa comporta, suppongo. Mi
permetto di ricordare a vostra grazia che tutto il danaro è impegnato
nell’allevamento dei, ehm, porci.
Sua grazia Archibald
Oliver, tredicesimo duca di Brushings, sorrise di compatimento.
-Evidentemente, non ti
intendi abbastanza di giornali, Pimps.
-Suppongo di no, vostra
grazia. Infatti tutte le mie ambizioni al riguardo si limitano a portare a
vostra grazia i giornali del mattino su un vassoio. Assicuro vostra grazia che
non ho altre aspirazioni.
Ma sua grazia era
assorbito dalla lettura.
-Ascolta qui Pimps, questi
idioti del Liberal sostengono che il governo dovrebbe prendere in mano la
questione dei treni. Rotaie, locomotive, vapore, tutto. Come se uno non fosse
libero di mettere il suo maledetto treno dove gli pare Non mi aspetto nulla di
buono da tutto questo, Pimps. Non vedi dove ci porterà tutto questo? Prima o poi
il governo si impadronirà dei nostri allevamenti, prenderà possesso dei miei
porci. Mi domando con quale competenza possano assumersi questa responsabilità.
-Vostra grazia ha
perfettamente ragioni, se mi è permesso nelle cucine vi è stata una certa
agitazione quando Mary Goggyn, la cameriera irlandese, ha riferito dei vostri
timori. Da basso si sono chiesti cosa potrebbe fare il governo con i porci di vostra
grazia. Certo la regina non approverebbe di averli nei suoi giardini, suppongo.
- Irlandese avete detto?
Quella donna ci spia, suppongo. Pensate sia al servizio degli Indipendentisti?
-Mi ripropongo di indagare
al riguardo. Ma vostra grazia accennava a qualcosa come fare un giornale.
-Esattamente, Pimps. E’
quello che faremo. Abbiamo deciso di fare un giornale di opposizione.
-Suppongo vostra grazia
abbia valutato ogni questione. Mi si dice che per fare un giornale occorrono
giornalisti. Questo significa stipendi da pagare, presumo. A meno che vostra
grazia non intenda servirsi me e di Jack lo stalliere, l’unico che abbia
frequentato una scuola a Brushings, la sua maestra non l’ha dimenticato. Per
quanto mi riguarda, se vostra grazia ha pensato a me per la direzione, sono
davvero desolato ma il lavoro di gentleman di un gentleman non è ritenuto
compatibile con altri incarichi. Quanto a Jack dubito che a suo tempo sia andato
oltre il corretto riempimento del calamaio.
-Per fare un giornale non
occorrono giornalisti, Pimps.
-Ah, è così dunque vostra
grazia. I tempi sono cambiati.
-Segui il mio
ragionamento, Pimps. Che cosa deve fare un giornale di opposizione.
-Suppongo dipenda dagli
eventi e dalle circostanze, Signore.
-Niente affatto. Il
giornale di opposizione deve solo e soltanto affermare sempre il contrario di
quello che dice il governo, in ogni circostanza. Prendiamo questa affermazione
del Liberal, per esempio. ’Il governo deve assumersi la responsabilità dei treni,
prendere in mano tutta la questione ’. Mi segui , Pimps?
-Con tutta la mia
deferente attenzione, signore.
-Ebbene, il nostro
giornale non dovrà far altro che scrivere il contrario ‘Il governo non deve assumersi la
responsabilità dei treni.’. Non abbiamo bisogno di giornalisti, Pimps, abbiamo
quelli del Liberal che lavorano per noi.
-Capisco. Vostra grazia
vorrà perdonarmi se ho dubitato dei progetti di vostra grazia. Vostra grazia
desidera forse qualche suggerimento per il titolo? Qualcosa come ‘Ultime notizie
dalla Porcilaia di Brushings ’?
-Procura al più presto una
abbondante quantità di balle, Pimps.
-Balle, signore?
-Balle di carta Pimps. Si
va in stampa, come dicono.
_-Si va in stampa,
signore. Certamente._
Cani di guardia
Se
andate a Francavilla guardate i cani lupo. Intendo i capi lupo messi a
guardia delle villette sul Lungomare di Francavilla. Essi sono tutti uguali,
nell’aspetto, nella posizione che assumono dietro ai cancelli, ma soprattutto
nel modo di guardarti. Questi cani lupo hanno assorbito lo spirito, la filosofia
della città.
Come ben sa il viandante
che si trova a passeggio per qualsiasi strada o vialetto, ai lati case con
giardino, i cani da guardia sono la maledizione del cheto riflettere. Uno se ne
va, animo in pace, a camminare e riflettere su se stesso, sulla natura delle
cose, quando un ringhio, o un ululato, seguito da una zampata contro una rete
metallica, o attraverso un cancello gli provoca un sussulto al cuore.
L’evento è ancora più
drammatico quando si verifica per salite strette, isolate nel verde, come in
Liguria per dire. Qui il cagnaccio pazzo pare che vi morda l’orecchio mentre vi
abbaia inatteso in agguato.
Quanti viandanti,
nell’andare del caldo meriggio, non saranno stati raccolti in terra a causa di
uno di questi maledetti cani guardiani di gente avida e assassina, stroncati da un
colpo di paura improvviso? E la colpa sarà stata data al sole cocente. Dannati
siate voi cani arrabbiati e i vostri padroni. Che ladri astuti gli portino via
fino alle lenzuola e alle forchette di stagno, lasciando solo il cane.
Ma i cani lupo di
Francavilla no, essi difendono prima di tutto la loro dignità e dopo la
proprietà. Quei grandi occhi umidi ti dicono: -Viandante, per me ti
lascerei entrare e prendere quello che vuoi, ma questa gente mi vuole bene, mi
dispiacerebbe se trovassero la casa in disordine.
Non possiamo biasimarli,
dopotutto è il loro lavoro.
La Principessa e il Ranocchio
impaziente
-Allora ti decidi a baciarmi, si o no?
Disse il Ranocchio alla Principessa.
Ma la principessa sbuffò come una caffettiera ed alzò le spalle.
-Stamattina ho le labbra screpolate, non è prudente toccare la tua pelle
viscida.
-Sono mesi ormai che rinvii con ogni pretesto. Cosa faccio io qua, devo
rimanere Ranocchio?
-Ma di che ti lamenti? Ti ho messo nel giardino vicino alla vasca dei pesci
rossi. Hai sole, foglie di ogni tipo, una canna su cui dondolarti. Fai una
vita da signor Ranocchio, dai retta a me. Cambiare è sempre rischioso. Da
Ranocchio a Principe poi, figuriamoci.
-Ma sei impazzita? Io me ne stavo con i miei laggiù nello stagno. Mi hai fatto
mille promesse per convincermi a venire qui. Non te lo ricordi come mi
dicevi? ‘E io ti bacerò bel Ranocchio, ti farò diventare un Principe, avrai
il tuo cappello con le piume, la spada al fianco. Vivremo felici e contenti ’.
Felici un corno, oltretutto l’acqua dello tua fontana non è neanche putrida,
non te lo volevo dire, ma mi ci costringi.
-Ma che storie inventi, Ranocchio. Se stato tu a chiamarmi, nascosto sotto una
foglia nelle stagno, con quella tua vocina da legnetto che si spezza. Crik,
crik, crak, crak, oh principessa baciami ti prego.
-Giustappunto, ti chiamavo per essere baciato, non per essere trascinato qui
come un balocco. Io sono un Ranocchio, non un gatto di casa. Noi ranocchi,
siamo una specie selvatica, lacustre.
-Smettila di lamentarti e di chiedere sempre. Sei un ingrato. E io che stavo
pensando di iscriverti alla gara di salto. Pensa, se vinci sarai premiato dal
Re in persona. Il re ti metterà a capotavola con una coroncina in testa,
magari ti assegna anche un piccolo vitalizio. Tornerai da me vincitore, mio
piccolo eroe.
Il Ranocchio si sente gelare. Sono queste dunque le Principesse. Donne
egoiste, bugiarde, astute. Il povero Ranocchio si sente perduto, prigioniero
per sempre. Mai avrebbe dovuto lasciare lo stagno, il crepitio della canna
verde che cresce veloce e solo a pochi è dato di udire nel fondo della notte,
le larghe foglie umide e fangose, e tutti i mille canti delle creature che si
contrappongono al tramonto. Alas, egli ha lasciato tutto questo per uno
stupido giardino ritagliato con le forbici. Tradito dall’ambizione.
-Quando mi bacerai, dunque?
-No so, domani, devo riflettere. La tua continua insistenza mi infastidisce.
Ma la Principessa, ha ormai preso la sua decisione, non lo bacerà mai. Ella
ha bene in mente le lettere delle principesse sue amiche, sono piene di
lamentele sui principi. Aspasia di Curlandia non fa che piangere perché il suo
scende sempre nelle cucine a trastullarsi con le cuoche. Gonerilla di Scozia è
piena di lividi, per le botte che prende dal suo ogni volta che spende un
centesimo. Sarebbe davvero una imprudenza senza giustificazioni baciare questo
Ranocchio e tramutarlo in Principe.
IL RAPIMENTO DI MUSTAFA'
Il rapimento a fine di riscatto è probabilmente la professione più antica del
mondo, almeno per quanto riguarda gli uomini. Tutti sappiamo come si sviluppano
gli eventi. Lo sposo viene rapito alla sposa, ella presto riceve un messaggio
'Vogliamo dieci delle tue pecore migliori . La sposa piange, si dispera, giura
che ha dovuto cedere le pecore agli usurai l'anno sorso e dunque le ha
soltanto in gestione, disperata fa la controfferta di una capra. Dopo qualche
settimana di trattative lo sposo viene reso per cinque pecore.
Un caso insolito si ebbe anni orsono a Baghdad. Mustafà Seyhan fu rapito alla
amata sposa Goka, che ricevette presto una richiesta di riscatto per cento
monete d'oro.
-Dove volete che trovi questo denaro?-, ella rispose. -Dovrei vendere cento
volte il mio corpo. Il Profeta vi entri nel cuore, ridatemi il mio Mustafà. -
Il giorno dopo Goka riceve un secondo messaggio. -Cerca le monete d'oro
che ti ha dato il tuo vicino, il ricco Zeki, ogni volta che andavi a fargli
visita.-
La furia e il terrore entrano nell'animo di Goka. Infine la paura di essere
lapidata come adultera è più forte della sua avidità, il giorno dopo cento
monete d'oro escono dalla sua casa e Mustafà ritorna
Il sole di
Baghdad tramonta su una sposa, che finge di essere felice tra le braccia dello
sposo ritrovato, e su due uomini davvero felici. Mustafà accarezza la sposa
adorata. Zeki il ricco vicino conta e lucida ridendo le cento monete d'oro del
riscatto per il rapimento, che lui stesso ha preparato. _
Emigrare
in Giordania,
rimpiangere l' Iraq.
AMMAN, Giordania -- Per Edmond Arssen Eskendrian, la vita
era dura a Bagdad. Ma è più dura a Amman. Eskendrian se ne è andato dall’ Irak
un anno fa, ha messo la famiglia sulla macchina, ha lasciato la casa guidando
fino ad Amman. Pensava che i suoi collegamenti con gli stranieri ed i suoi anni
di lavoro in una un'ambasciata straniera a Baghdad lo aiutassero a farsi una
nuova vita in una nuova città - la città dei sogni e della grande occasione,
nella sua fantasia. Ora, senza lavoro e con i risparmi che si
assottigliano, le speranze degli Eskendrian si sono sbiadite. Baghdad è ancora una
città troppo pericolosa per tornarci, ed ad Amman sta diventando sempre più duro
rimanere. Gli Iracheni qui sono incolpati dell’ inflazione e dei prezzi
stratosferici delle case, ma anche delle bombe del terrorista che hanno ucciso
e lasciato i segni a tre hotel in novembre.
Ma ora la situazione è precipitata.
Con l'aumento dei rapimenti
e degli assassini in Irak, e con l'inizio delle vacanze estive, molte centinaia
di Iracheni stanno arrivando giornalmente alla frontiera Iraq-Giordania o
all'aeroporto della regina Alia, Amman esterna. L'afflusso ha cambiato
drammaticamente Amman, particolarmente la sua economia. Secondo le agenzie
immobiliari di Amman, dal 2005 gli affitti hanno quadruplicato ed è diventato
più duro sia per i giordani che per gli Iracheni trovare casa. Gli Iracheni
sono dappertutto nelle vie, nei negozi, nei caffè.
Il loro dialetto
caratteristico schiocca nelle conversazioni, dal Centro commerciale di Mecca, la
bonanza dello shopping, ai saloni degli hotel a cinque-stelle in cui gli uomini
d'affari si riuniscono .
In un appartamento nel cuore di Amman, Eskendrian, un
cristiano di 52 anni, ha ricordato la sua vita come autista per l'ambasciata
italiana a Baghdad. Dopo l'invasione U.SA nel 2003, conduceva una vita
facile, faceva $200 al mese, anche se doveva portare i diplomatici tra gli
attentati e le bombe dal bordo delle strade, per le vie misere di Bagdad ed alle
province più lontane. Ma un anno fa, la sua famiglia ha ricevuto un
avvertimento, una lettera diceva che sarebbe stato ucciso e la sua casa
bruciata se non smetteva di lavorare con gli infedeli .
La lacrima dell’angelo
Un Uomo di Poco Merito si rigirava tra le mani il biglietto
vincente della lotteria e rideva delle disgrazie di una Donna che un tempo
aveva amata, quando l’angelo della compassione guardò verso di lui e disse:
-Povera anima, la maledizione ricade su chi non riconosce la malvagità di
ridere sulle sfortune degli altri. Così dicendo l’angelo lasciò cadere una
lacrima che, incontrando durante la discesa una corrente d’aria fredda, fu
congelata in un blocco di ghiaccio. Questo colpì l’Uomo di Poco Merito sulla
testa e lo costrinse ad abbandonare il biglietto per strofinarsi vigorosamente
il bernoccolo con una mano, mentre con l’altra tentava invano di aprire un
ombrello. L’Angelo della Compassione soffiò , il biglietto infilò un tombino e
fu portato via dall’acqua. Questo fece l’Angelo della Compassione ridendo con
compiacimento. La Donna sposò il direttore di una banca e invitò il giovane
cassiere ad andarla a trovare di tanto in tanto.
GLORIA E GEORGE
-Vuole la casa, Gloria,
altrimenti niente divorzio,-
-E tu lasciale la sua
maledetta casa a quella sgualdrinella viziata e presuntuosa.-
-Scherzi? Tre piani, la
mansarda, il terrazzo attorno al tetto, la cantina con duemilatrecento bottiglie
scelte, venti stanze col caminetto e sei bagni, il parco tutto intorno con gli
alberi di frutta e la jacaranda che fiorisce a primavera, il cancello originale
in ferro battuto, il garage per quattro auto, l’appartamento di servizio, il
portone posteriore in ciliegio massiccio, due gazebo, il roseto, la cucina con
il forno a legna, la biblioteca con millenovecentoventrè volumi rilegati e la
scala a chiocciola mobile in legno di sandalo profumato. -
-Ma non c’è la piscina
George e non ci sono le galline.-
-Non so nuotare e non ho
mai potuto soffrire l’acqua, ma devo ammettere che non mi dispiacciono le uova
fresche.-
-Bene, ce ne andiamo in
campagna, niente piscina, montagne di uova fresche e polli arrosto.-
-Sai cosa ha avuto il
coraggio di dirmi con quella sua vocetta melodica e furba ? ‘Oh, George, non mi
metterò certo in mezzo tra te e Gloria, raggiungi pure la felicità con tutto il
cuore. Io me ne starò qui in questa casa piena dei nostri piccoli ricordi.
-E anche piena dei vostri
furiosi litigi. Lasciale la sua maledetta casettina piena di tanti ricordini. Ci
troveremo una fattoria vicino a un ruscello, uova fresche e trote. Ce la
spasseremo.
Gloria è affondata nella
sua poltrona, apre leggermente le gambe, mostra le famose mutandine di pizzo
nero di fiandra, george ha un attimo di smarrimento ma si riprende.
-Come se non sapessi che
sul retro della casa è in attesa con le valige quello Smith, quel tizio che si è
arricchito con la vendita di auto usate. E io dovrei lasciare che quel
truccatore di contakilometri si sieda sulle mie poltrone in pelle fatte venire
da Vienna? Che appoggi sul vetro veneziano del mio tavolinetto in ciliegio pieno
della California i suoi calzini con dentro i suoi sudici piedi?
Gloria si alza, si toglie
le scarpe, lascia cadere la gonna e si sfila le mutandine, si china a
raccogliere le scarpe e mostra il suo sedere, quel sedere che ha fatto dire a
George la prima volta che lo ha visto ‘Sei più bella di una cavalla inglese al
derby di Epsom’.
Gloria sospira.
-Vado a farmi la doccia,
George.
Ma George è un fiume in
piena ormai inarrestabile.
-La casa ha una biblioteca
con i libri volumi scelti uno a uno, il pezzo forte è una copia del Corano
in arabo, le iniziali di ogni capitolo in oro, la carta sottile introvabile.
Quello Smith strappa le pagine e ci si arrotola le sigarette di tabacco, a
lasciarlo fare.
Pausa. George infila la
testa nelle tendine della doccia.
-E il tavolinetto del
Settecento nello scrittoio? Laccato e intarsiato, con un cassetto segreto
impossibile da trovare e far scattare, Elisabeth ci ha messo un mese per trovare
le tue lettere in quel cassetto.
La testa di Gloria spunta
fuori dalla doccia.
-Spero che Elisa abbia
trovato la lettura interessante e di suo gusto.
Gloria continua a tormentare il
miscelatore dell’acqua calda e fredda, si rende conto che il suo sedere non sarà
sufficiente a farle vincere la guerra. La guerra sarà lunga imprevedibile
rischiosa. All’improvviso chiude il miscelatore, apre la tendina, fa sentire la
sua voce.
-Mi è venuta un’idea.
-Ti ho parlato del
caminetto nella sala da pranzo? E’ rivestito con piastrelle spagnole del ‘600 e
ha uno specie di passaggio segreto.
-Mi hai parlato del
caminetto almeno cento volte. Ma ora lascia stare le piastrelle e i passaggi
segreti, mi è venuta un’idea.
-Che idea?
-Mi chiedevo se non potesse
succedere una disgrazia a Elisabeth. Un incidente magari, in quella sua casa
piena di piccoli ricordi dove si sente tanto sola.
-Ma come è cominciata
questa storia?- Si chiede George ascoltando perplesso le parole di Gloria. E’
cominciata due mesi fa per la sua maledetta abitudine di comprarsi libri da
leggere.
lA VETRINA DEI LIBRI. Due mesi fa
George attraversa la strada
con l’aria infastidita e perplessa: due lunghe gambe femminili, e la brunetta a
cui appartengono, gli occupano la vetrina del suo negozio di libri, e così per
dare uno sguardo alle novità letterarie dovrà aspettare che l’intrusa se ne
vada. Prova a lanciarle sguardi minacciosi e intimidatori riflessi dalla
vetrina. Le gambe della brunetta non sono male. I piedi forse un poco grandi,
chi sa per quale motivo si pretende che le brunette alte abbiano i piedi piccoli
come cinesine. Il sedere le riempie tutta la gonna ma non sembra abbastanza
rotondo. La brunetta non pare affatto spaventata, ma piuttosto presa dai libri
esposti, non si muove di lì anzi si porta un dito alle labbra con fare dubbioso
e piega una gamba.. Ha polpacci robusti quasi da atleta, ma la gamba nel
complesso può continuare a essere definita elegante. La giacca a quadretti le
sta stretta sulle spalle, potrebbe essere una appassionata di nuoto. Altro per
ora non si vede, nel complesso la figura è gradevole, niente grasso eccessivo. A
sorpresa la brunetta si volta, schiude le labbra appena troppo larghe, spalanca
gli occhioni neri, china un poco la testa di lato e gli sorride interrogativa,
mostrando due file di coralli bianchi.
-Se crede di fare lo squalo
con me, avrà vita dura. - Pensa George.
Lei insiste a sorridere tra
il compatito e l’ironico.
Il suo seno è teso e alto
sotto la camicetta, ma potrebbe essere merito del reggiseno. La brunetta si
avvia con un dondolio impercettibile e George pensa che finalmente può godersi
la sua vetrina di libri, ma la brunetta è piena di sorprese, prima di scendere
il gradino del marciapiede per andare dall’altra parte si volta ancora a
guardarlo.
George sa quando deve
cambiare idea, e qualcosa gli dice che negli ultimi tempi ha lasciato troppo
spazio ai libri nella sua vita.
La brunetta passa da un
marciapiedi all’altro a ogni gradino fa un saltello da bambina che gioca e non
bada al resto del mondo. Porta i capelli raccolti dietro e questo le lascia
scoperte due deliziose orecchie di color bianco e rosa, passa davanti a una
vetrina, si ferma a guardare una camicetta di pizzo bianco. George colto di
sorpresa fa un giravolta con indifferenza e si ferma a qualche distanza.. Lei
continua a godersi la sua camicetta di pizzo bianco e si porta ancora il dito
dubbioso sulle labbra. Le dita sono affusolate, le unghie smaltate di rosso
lucente. George decide che può perdonarle questo vezzo del dito alle labbra.
La brunetta si riavvia con
aria malinconica. George sa quando una cosa deve essere decisa, entra nel
negozio e ne esce con una piccola scatola rettangolare. Accidenti non immaginava
che le camicette di pizzo costassero tanto, ecco perché le donne sono sempre
così nervose e scontente. Con aria irrequieta George scruta l’orizzonte, la
fortuna aiuta gli audaci, la brunetta è in vista . Si prosegue. Lei ora entra in
un portone ma prima si è voltata a lanciargli un lungo sguardo.
-Quale è il tuo gioco
bambola?- pensa George disgustato.- Forse ora mi chiederai i soldi per compare
le medicine alla povera zia malata?- La brunetta apre il cancello in ferro
battuto dell’ascensore e rimane in attesa di George entrato nel portone.
-Dove andiamo?-
-All’ultimo piano
naturalmente.-
George ha un tamburo nello
stomaco.
Ultimo piano. E’ il piano
del tetto, non c i sono porte di appartamenti. I due si fronteggiano, la
brunetta gli prende decisa la scatola rettangolare.
-Perché mi tremano le
dita?- pensa George mentre la scatola gli scivola via.
-Non so se è la misura
giusta.-
-Siamo qui per provarla.-
Si toglie la giacca a
quadretti e glie la allunga. Poi si sfila la maglietta con l’ippopotamo rosa e
la mese sul suo braccio sopra la giacca. Il reggiseno nero non sembra avere
problemi particolari con la brunetta, le sue spalle sono larghe al naturale non
ci sono spalline nella giacca, si vedono le scapole in risalto . Le braccia sono
tornite ma forse non all’altezza delle gambe, i gomiti un poco ruvidi. Ma le
mani promettono giardini di delizie: bianche sul dorso, il palmo appena sfumato
di rosa, le lunghe dita morbide e tenere. La brunetta ha finito di spogliarsi e
apre la scatola, lasciando George un poco deluso ma tutto sommato soddisfatto di
come si mettono le cosa. Lei indossa la camicetta nuova e mette la sua maglietta
nella scatola, fa una giravolta e lancia la scatola, che George afferra la
volo con qualche incertezza per la difficoltà di guardare lei e la scatola allo
stesso tempo.
La brunetta riapre la porta
dell’ascensore. I due scendono. Accade l’incredibile. La brunetta volta le
spalle a George, si solleva la gonna, si china e si abbassa le mutande rosa.
-Guardare ma non toccare-,
dice lei decisa.
Le mutande sono lunghe al
ginocchio e ricamante, tipo Pellegrina del Mayflower. George è in preda
all’incantesimo, capisce che la gonna aderente le appiattiva ingiustamente il
sedere.
-Dio mio, è tondo come il
sole.- Pensa.
Quanto alle cosce, George
non ricorda pollastra che ne avesse di migliori.
I due ora sono sul portone.
La brunetta si avvia fuori ma ordina a George di rimanere dov’è con l’indice
minaccioso.
-Mi chiamo
Gloria Duckson,
ho un negozio di tappeti a Butcher Street e un marito.-
-Potremo presentargli mia
moglie, mi chiamo George Penbleton.